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Di Salmo, Luchè, la noia e altri demoni

La cosa più divertente della settimana è stata il dissing social tra Salmo e Luchè. “Divertente” si fa per dire, perché a larghi tratti è stato tutto molto triste.

Per chi – come il sottoscritto – è cresciuto negli anni ’90 e ha iniziato ad avvicinarsi alla musica rap fin dalla tenera età (cit), vedere due artisti della scena che se le danno di santa ragione (risata qui) con Instagram Stories di 15 secondi, invece che sui 4/4 come avveniva una ventina di anni fa, è qualcosa di molto lontano dal significato che si tende a dare al rap.

Questa, comunque, resta un’opinione personale (che forse alcuni condivideranno).

Ora veniamo a noi. Per chi si fosse perso la querelle, sintetizzo velocemente. Salmo pubblica un post in cui spiega al mondo che la sua musica è la migliore degli ultimi 150 anni (cit) perché vende di più. Luchè gli risponde che la quantità non implica la qualità e lo fa con un poema de cristo (cit) che per qualche motivo gli viene cancellato tutte le volte che prova a pubblicarlo. Guè Pequeno sintetizza (meglio di me): “Salmini”. Risate. Casino. Salmo risponde sulle sue storie dicendo che Luchè nei live è una merda (testuale), i suoi testi sono banali e lo percula usando l’accento napoletano. Luché risponde che la musica di Salmo è una merda, che al massimo è un genio del marketing e che se fa l’accento napoletano è un idiota di merda (testuale). Salmo si scusa per aver fatto l’accento napoletano. Insomma i contenuti chiave sono: “Quantità non è qualità”, “Luchè nei live è una merda”, “Salmo è un idiota di merda”. Ci siamo fino a qui? Bene. Finito. Tutto ‘sto casino per darsi della merda reciprocamente. Chi ha vinto? La noia, ragazzi. La noia.

Lasciando ben saldo il presupposto che sono due rapper (chi più chi meno), invece di spararsi le pose su Instagram potrebbero benissimo prendere un beat, un microfono e darci qualcosa da ascoltare puramente hip hop. Un bel dissing, di quelli veri, come avveniva qualche annetto fa. Io faccio un pezzo e ti dico che sei una merda. Tu fai un pezzo e mi dici che sono un idiota di merda. Il messaggio è sempre quello (inutile), ma è più divertente, ragazzi. Dopo aver visto le storie di entrambi ho sperato che qualcuno mi rimborsasse i minuti di vita che avevo perso.

Ma veniamo al piatto forte. Vi starete chiedendo: chi ha ragione? O forse lo sapete già. Però se non ve lo dico che cazzo ho scritto a fare ‘sto pezzo. Quindi facciamo così. Chi lo sa già, si sposti alla mia destra, gli altri tutti alla mia sinistra. Ora rimescolatevi e continuate a leggere senza fare tutto ‘sto casino.

Riprendiamo. “Ragione” in questo contesto è un parolone. La legge del mercato dice che chi vende di più, in genere, ha ragione. Il problema è che nella musica, per stabilirne la qualità, il mercato è un fattore che conta relativamente. Perché entrano in gioco diverse dinamiche e chi è più bravo a surfarci sopra come sulle onde, alla fine vende e fa i soldi. Gli altri no.

Qualitativamente parlando, entriamo in un campo minato. Io posso dire che alcuni pezzi di Salmo non mi piacciono granché, come alcuni di Luché, ma chi dice che il mio gusto è sinonimo di qualità? Dalla mia posso anche dirvi che non ascolto gente come Ultimo, Briga, Irama, Anastasio e robe varie, e questo dovrebbe offrirvi delle garanzie non da poco sui miei gusti. Diciamocelo. Però, ecco, son gusti. E questo è un altro nodo fondamentale da sciogliere. Chi riesce a incontrare il gusto della “massa” è un dato di fatto che venda di più degli altri. E questo non lo dico io. Lo dice il mio cazzo di Spotify che se gli lascio riprodurre a caso le “hit della settimana” mi spara fuori roba tipo Mengoni e Antonacci. Capite il dramma? Ma questo è uno sfogo personale. Semplificando, possiamo dire che se alla massa piace la merda e la tua musica piace alla massa, la tua è musica di merda. Però stiamo semplificando troppo e i sillogismi mi hanno rotto le balle già al liceo. Quindi fermiamoci un attimo e valutiamo le cose con calma.

Luchè proviene da un contesto hip hop. Con i Co’Sang ha contribuito a sdogare in Italia il gangsta rap. I sui testi sono spesso crudi. Salmo proviene dal punk, voleva fare il batterista (cit) e invece oggi ce lo troviamo nel rap game. Semplificando (di nuovo) potremmo dire che, nella scena, Salmo è mainstream (o commerciale, se vi piace di più) e Luchè invece underground.

Chi vince? Ancora nessuno. Perché stiamo sempre paragonando due generi diversi che giocano due campionati (se non due sport) diversi. Magari affini, per carità. Ma pur sempre diversi. Come chiedere chi è più forte tra il Liverpool di Kloop e la migliore squadra di rugby che vi viene in mente. Entrambe sono due squadre che praticano uno sport e giocano con una palla, ma le regole sono diverse e persino la forma della palla. Per non parlare del pubblico. Chi ascolta Salmo non è detto che ascolti Luchè e viceversa. Io ad esempio il rugby non lo guardo perché mi annoia. Ma mica posso dire che “ALLORA IL CALCIO È MEGLIO!”, perché a tratti è noioso anche quello. Specialmente se gioca Perisic. Ma torniamo in argomento.

Salmo parla dei suoi due ultimi dischi come di due perle musicali inenarrabili che inebriano soavemente di leggenda i timpani di chi ascolta. Stiamo parlando di “Playlist” e “MM4”, mica di “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd. Calmiamoci. Son due dischi carucci, ma stop.

Non sono nemmeno due pietre miliari del rap italiano, a dirla tutta. Anche perché di rap c’è poco o nulla in quei due album. Il brano di punta di “Playlist” è “Il cielo nella stanza”. Che se è un pezzo rap io sono la regina Elisabetta. Per dire. È un pezzo d’amore per ragazzine e lo sa anche lui. Sonorità pop. Vogliamo dire che è brutto? No, anzi. Ma non è rap.

Torniamo al paragrafo “incontrare il gusto della massa”. In Italia il pop vende e il rap vende quando diventa pop. Prendi Fedez. Era fottutamente rap. Ha dato inizio alla sua carriera pop e oggi ogni suo pezzo finisce in testa alle vendite. Non sto dicendo che Salmo sia come Fedez. La musica di Fedez non la auguro a nessuno, mentre Salmo lo ascolto spesso e mi sta anche un po’ simpatico. Sto dicendo che è facile vendere “Il cielo nella stanza” ed è normale che “Fin qui” di Luchè la conosciamo in quattro. Questo non fa de “Il cielo nella stanza” un pezzo migliore di “Fin qui”. Fa de “Il cielo nella stanza” un pezzo più venduto/scaricato/streammato/conosciuto di “Fin qui”. E il merito, caro Salmo, è anche di come quel pezzo sia stato venduto. Marketing is the way.

Per assurdo, l’Ave Maria di Schubert suonata con un assolo di rutti da Giggino ‘a purpetta può vendere di più di quella suonata da Steve Garrett col violino. Perché magari Giggino ‘a purpetta ha l’ufficio marketing di Salmo e alla gente piace l’assolo di rutti dopo due Peroni da mezzo litro. Invece, quando vede Garrett pensa “ma che due palle questo capellone col violino mamma mia” e va via scocciata. Credo di essere stato abbastanza chiaro e aver dipinto un vivido quadro della situazione “Marketing&Rutti”. Scusate: ho divagato ancora. Ma voi perché cazzo mi continuate a leggere con ‘sto caldo?

Ora, se prendiamo un disco di Luchè, quale esso sia, c’è tecnica hip hop a palate. Anche lui si è spesso cimentato in qualche brano più pop, eh, ma la base è sempre rimasta la stessa. Persino Guè Pequeno è più hip hop di Salmo, che da tutti è visto come un venduto. Gelida Estate è un EP che, seppur pensato per il grande pubblico (cit), mantiene un’identità rap che negli ultimi dischi di Salmo è difficile, se non impossibile, da trovare.

Tornando alla domanda fondamentale: chi vince? Ancora una volta nessuno. Perché non è una gara. Io continuerò ad ascoltare entrambi, ad esempio. E voi direte “fottesega”. Legittimo. È il bello della libertà di opinione e di parola. Allo stesso modo, ognuno è libero di far la musica che vuole, purché non la si spacci per oro colato solo perché vende qualche copia in più. C’è stato un tempo in cui i dischi di Salmo vendevano quanto quelli di Luché adesso e forse anche meno. Che significa? Che la sua era musica di merda? Assolutamente no. Anzi, forse era anche migliore di quella che produce oggi.

Nel rap, il migliore di stabilisce con i testi e con le rime. Non su Instagram e non alla FIMI. Perciò, finché i due non metteranno ‘ste liti da ragazzine americane per il premo di principessa del ballo su un beat, nessuno dei due avrà vinto niente. E la noia continuerà a imperversare senza ostacolo alcuno. Risultando più hip hop di loro due.

Se avete letto ‘sta roba fin qui, siete dei pazzi. È agosto. Andate a mare, che cazzo. Non ce l’avete un fenicottero rosa da instagrammare? Vi devo spiegare tutto io? State ancora qui? Ándale!

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