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“Dentro Exodus c’è tutto quello che ho vissuto” – Intervista a Momar Gaye

Nato a Dakar (Senegal) nel 1975, Momar Gaye dopo il diploma, si trasferisce in Sardegna dove oltre al suo lavoro come mediatore culturale nelle scuole medie cerca di sviluppare la sua più’ grande passione: la musica.

Dal Senegal all’Italia, il suo percorso musicale non è stato facile e con i pochi mezzi a disposizione è riuscito ad aprire una sua piccola etichetta discografica, con la quale ha pubblicato i primi due album del suo gruppo: Zaman. Piano piano l’evoluzione stilistica e personale di Momar lo hanno portato alla realizzazione del nuovo album Exodus.

Come ti sei avvicinato alla musica reggae?
Ho iniziato molto presto dall’età di 6 anni, mio padre aveva un giradischi e dopo che tornavo da scuola mi mettevo le cuffie ascoltando brani di Bob Marley perché mi rilassavano i brani e mi facevano entrare in una dimensione di sogno.

Hai chiamato l’album Exodus. Un titolo importante. Cosa rappresenta per te e che messaggio vuole dare a chi lo ascolta?
Exodus per parlare del fenomeno di esodo di massa dei popoli costretti ad andar via da casa, non voglio essere banale e parlare degli immigrati disperati che arrivano dalle barche, cosa tragica ovviamente, ma parlo delle persone che vivono in zone di guerra e che vengono bombardati senza preavviso, sopratutto senza neanche sapere il perché di tutto ciò. Perdono parenti, casa e prospettiva futura perché vengono ammassati nei campi profughi senza poter rivendicare o pretendere vita migliore.

Rise Up può essere considerato un messaggio al popolo africano. Quanto credi che la musica possa cambiare la situazione del tuo popolo?
Che possa cambiare subito no, ma magari se ognuno facesse qualcosa nel suo piccolo qualcosa di sicuro si muoverebbe, sopratutto i giovani immigrati oppure anche immigrati di seconda generazione che comunque sono legati all’Africa: bisogna cercare di costruire il futuro della madre terra dicendo agli Africani che abbiamo risposte per il loro futuro. Dobbiamo solo credere in noi e smettere di ascoltare o seguire l’occidente che ci ha messo secoli per arrivare ad un certo equilibrio.

Qual è il brano all’interno di Exodus a cui ti senti più legato o che ti rappresenta maggiormente?
Un po’ tutti brani, ogni brano racconta una storia e trasmette una sensazione diversa, dentro c’è tutto quello che ho vissuto.

All’interno dell’album troviamo due importanti collaborazioni: Jah Mason e Junior Kelly. Come sono nate?
Sono tutte due nate da dialoghi fatti con loro, sia con Junior Kelly parlando di musica, che Jah Mason parlando di questo mondo avido. Voglio sempre fare, per quanto possibile, cose che abbiano senso e sopratutto che sento mie. Mi sono trovato bene con loro e da un discorso di partenza è nata la collaborazione.

Da anni, ormai, vivi in Sardegna. Possiamo definirla la tua seconda patria?
Sono cresciuto in Sardegna, sono arrivato che avevo 25 anni, ora ne ho 37 quindi la maggior parte della mia crescita è stata qua. Poi mi sono trovato molto bene con il popolo sardo perché mi sono integrato quasi subito.

Ti sei fatto un’idea sulla scena reggae italiana?
È una scena che si sta espandendo, sta arrivando la seconda generazione che purtroppo deve ancora trovare la sua dimensione sopratutto e la sua originalità. A volte, fare troppo i giamaicani non credo sia la strada giusta. Rimane ovviamente il mio modesto parere, per carità, facciamo tutti reggae music che ha per origine la Giamaica, ma il bello sarebbe metterci almeno testi sensati ed emozione sentite, non fare come tutti!

Dopo Exodus cosa ci sarà?
Ora è partito il tour per presentare l’album, sarò in tutta l’Italia e anche in Europa

Giunti al termine, non mi resta che salutarti e ringraziarti. Lasciaci pure tutti i link per rimanere in contatto con te e la tua musica.
Grazie a te e grazie per lo spazio.

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