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Corriere.it – Fabri Fibra e i nuovi rapper: «Noi gli eredi dei cantautori»

«Raccontiamo l’Italia, quelli dei talent durano poco Vasco, Liga e la Pausini sono il qualunquismo dell’immobilità»

 

MILANO – Non lo sentirete in radio e non lo vedrete in tv. Ma sarà l’anno dell’hip hop. I grandi network (Deejay e 105 esclusi) non hanno mai aperto le loro frequenze al rap. Che si è fatto strada su Internet, attraverso YouTube in particolare, fino a diventare l’unico genere che tiene testa ai talent show fra i ragazzi tra i 14 e i 24 anni.

Il suo punto di forza è la capacità di raccontare l’Italia di oggi e di intercettare il malessere delle nuove generazioni. Come negli anni 70 facevano i cantautori, oggi ripiegati su se stessi e sul proprio piccolo mondo emotivo. «Tecnicamente non siamo i nuovi cantautori perché il rapper non si scrive le basi musicali, ma se quella categoria indica gli artisti che fanno riflettere sulla società con un testo allora la definizione è giusta», analizza Fabri Fibra, il numero 1 del settore. «Quelli dei talent durano poco e quindi non sono veramente pop – aggiunge -. Vasco, Liga e Pausini: basta vedere i loro Facebook pieni di banalità tipo “sono vicino alle vittime del terremoto”, sono il qualunquismo che vuole mantenere le cose ferme. Noi siamo l’alternativa».

Una delle prima novità dell’anno porta la sua firma: esce il 31 gennaio «Non è gratis» a nome Rapstar, collaborazione con Clementino, emergente napoletano cresciuto a freestyle e teatro. «Quando ci sono i soldi la gente va in discoteca – continua Fabri -. Se c’è crisi, invece, cerca la musica vera. Il rap è la colonna sonora di questo momento segnato da lobbysmo e massoneria. Parole che trent’anni fa facevano paura e oggi accettiamo perché si è abbassato il livello di guardia».

L’Italia arriva in ritardo e in controtendenza con il calo di popolarità che il rap vive altrove. Dopo la mosca bianca Jovanotti («Sbaglia chi non riconosce il suo ruolo», dice Fibra) e una prima fiammata negli anni 90 con Articolo 31, 99 Posse, Frankie Hi Nrg e Sangue Misto, ci sono stati dieci anni di vuoto. Se il rap funzionava, vedi Eminem, arrivata da fuori confine. Nel 2006 la ripartenza. Unico sopravvissuto J-Ax, oggi padre nobile del movimento. Che subito dietro Fibra ha come colonne i Club Dogo e Marracash, gli unici a respirare l’aria della Top 10. La certificazione arriva da Tiziano Ferro: «Il disco italiano del 2011 è quello di Marracash e lui è uno dei nostri più forti autori di testi». Modi diversi di raccontare l’Italia. Pugni nello stomaco tirati con ironia e spirito da cronista da Fabri, Marra (che da marzo presenterà «Spit», show di Mtv dedicato alle sfide fra rapper) è maestro di vocabolario, coca e veline sono il mondo criticato (ma anche vissuto) dai Dogo. Tutto senza filtri o censure. «Il rap spettacolarizza ed esagera gli stili di vita, come i colori forti in un quadro. Ma se la realtà è volgare, basta ascoltare Emilio Fede nei fuorionda, le parolacce in una canzone sono realistiche», prosegue Fibra.

La prossima ondata? Le rime improvvisate del freestyle sono come il pianobar per i cantanti o la cantina per i gruppi rock, i mixtape distribuiti gratis via Internet e i video su YouTube sono i biglietti da visita, i demo di una volta. La cosa difficile è fare il salto di qualità con un disco. Con 10 milioni di video visti su YouTube, Emis Killa è più di una promessa. Classe 1989, campione italiano di freestyle, il 24 gennaio pubblica il primo album ufficiale, «L’erba cattiva» con le partecipazioni di Fabri Fibra, Marracash e Guè Pequeno (Club Dogo) e la produzione di una vecchia volpe della scena come Fish. Di cui a marzo uscirà il terzo album e nella cui scuderia sono al lavoro le lingue veloci e affilate del torinese Ensi e del romano Rancore. Fra i «protetti» dei Dogo si segnala Salmo: arriva dalla Sardegna, mischia hip hop con hardcore, dub e metal, e i suoi video (spesso indossa una maschera da teschio) fanno invidia a quelli internazionali.

Insomma, il rap parla italiano. «Non c’è più il mito americano», conferma Fibra. Le star mondiali come Lil’ Wayne, oltre 2 milioni di dischi quest’anno negli Usa con «Tha Carter IV», e la coppia Jay Z-Kanye West (solo negli States un milione di cd), da noi non superano le 5 mila copie quando Fibra ne vende più di 80, Marra 30, i Dogo quasi 20 (15 mila i progetti paralleli di Guè Pequeno e Don Joe).

Made in Italy anche nell’abbigliamento: resistono i marchi storici come Adidas, Nike e Reebok, ma i bragoni oversize, i catenoni e i marchi a stelle e strisce hanno lasciato il posto a Dolce & Gabbana e Gucci. «Ma è presto per parlare di una scena hip hop capace di creare cultura e posti di lavoro – aggiunge l’artista -. Per quella ci vorrebbe una società multietnica. Noi rimandiamo indietro i barconi, abbiamo la Lega e ci stupiamo se nel 2011 il presidente della Repubblica dice che chi nasce in Italia dovrebbe essere considerato italiano».

Però non ci sono donne a fare rime. «La cultura dominante ci fa vedere in tv un certo tipo donna – conclude Fibra – che non ha nulla a che vedere con i messaggi forti di vita vissuta veicolati dal rap. Però, se la Minetti raccontasse le sue esperienze invece che fare politica, finirebbe dritta al numero 1»

 

Fonte: Corriere.it

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