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Cloud Atlas, inno all’uguaglianza e alla diversità

Cloud Atlas

Un immenso cielo stellato e il viso di un irriconoscibile Tom Hanks, invecchiato e truccato fino all’inverosimile. Così si apre Cloud Atlas, una delle opere cinematografiche più ambiziose e complesse degli ultimi anni, come lo è, d’altronde, l’omonimo romanzo di David Mitchell da cui il film è tratto. E chi altri se non i fratelli Lana ed Andy Wachowski (registi della trilogia di Matrix e sceneggiatori di V per Vendetta), accompagnati da Tom Twyker (che, come in Lola Corre Profumo, firma anche la colonna sonora) poteva portare sullo schermo una storia così simbolica e filosofica?

Il film si estende su sei piani narrativi, connessi fra di loro da un montaggio serrato e brutale che in un primo momento stordisce ma che, con il progressivo sviluppo della trama, aiuta a cogliere il nesso che lega le varie storie. Questo è un espediente geniale per far sì che lo spettatore non si annoi (cosa che sarebbe stata probabile se il film fosse stato strutturato come il romanzo, ovvero in modo cronologico e con le storie che si interrompono per poi concludersi a ritroso raggiunto il culmine – i.e. lo scenario post-apocalittico) e contemporaneamente per accentuare i perfetti parallelismi già presenti nel romanzo.

Ma la cosa più originale e affascinante di Cloud Atlas, e anche quella che ha fatto più discutere, è la decisione di utilizzare gli stessi attori per diversi ruoli nei sei episodi che compongono il film. Così Halle Berry è protagonista della storia di una giornalista americana che negli anni ’70 indaga su un protocollo scomparso e va a scontrarsi con le lobby di potere guidate da uomini senza scrupoli, ma interpreta anche la moglie ebrea di un vecchio compositore (Jim Broadbent) che assume un giovane copista, interpretato da Ben Whishaw, che in un altro episodio ritroviamo nei panni della cognata di un editore (sempre Jim Broadbent). Il fine di queste “trasformazioni” (tutte sapientemente raccolte nei titoli di coda, con effetto sorpresa garantito) è quello di sviluppare il tema della reincarnazione, presente in modo diverso nel romanzo, ma vi si legge anche un riferimento autobiografico, esplicitamente indicato dalla regista Lana Wachowski, nata Laurence, che ha da poco completato il suo adeguamento di genere.

Se le influenze del romanzo sono riconducibili a Tolkien e ai maestri della fantascienza Philip K. Dick e H. G. Wells, quelle del film vanno da 2001: Odissea nello spazio di Kubrick a Blade Runner di Ridley Scott, strizzando l’occhio al più classico dei blockbuster e ai gusti dell’audience più commerciale. Il risultato è un’opera maestosa e intelligente seppur con i suoi difetti, in cui i momenti esilaranti vengono interrotti da quelli dolorosi e viceversa. Spiccano le performance del già citato Tom Hanks e della bellissima Doona Bae, commuove l’onnipresente tema Atlante delle Nuvole.

Cloud Atlas è un film imperfetto e per questo umano, il manifesto di un’umanità che continua a perdersi, ritrovarsi e commettere gli stessi errori. Un’umanità profondamente diversa ma spiritualmente uguale.

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