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Non c’è 5 senza III: il ritorno dei Take That

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A quattro anni dall’ultimo album Progress, dopo aver di nuovo detto arrivederci a Robbie Williams, e inaspettatamente anche allo storico e costante (più di Robbie, in ogni caso) Jason Orange, i Take That sono tornati. Gary Barlow, Mark Owen e Howard Donald, le tre colonne portanti della ex-boyband che faceva impazzire le teenager negli anni Novanta, sono in forma smagliante. Hanno qualche anno in più sulla faccia e difficoltà a ballare come una volta, ma portano con loro un disco avant-garde che promette un grande successo: III (Three), che, poco più di una settimana prima della sua uscita, era l’album più pre-ordinato di tutti i tempi, e che in una settimana ha scalato la classifica britannica, arrivando in prima posizione e vendendo più di 145.000 copie.

L’album vede Gary Barlow riprendere il controllo della maggior parte delle canzoni, che in Progress era stato condiviso più largamente con i colleghi (in particolare l’amico ritrovato Robbie), ma è comunque chiaro l’apporto vocale e testuale di Mark Owen, affermato cantautore (nel 2013, durante la pausa triennale dei Take That, è uscito il suo ultimo album solista, The Art Of Doing Nothing) e Howard Donald, batterista, DJ a tempo perso e vero e proprio genio con le armonie.

È noto come il primo singolo tratto da un album debba stupire, ma anche restare in linea con ciò che ci ha fatto amare l’artista in precedenza. E These Days, nato da un’idea di Mark Owen e uscito il 23 novembre scorso, è tutto ciò che i fan potessero desiderare: un ritmo sostenuto, una melodia catchy, voci sovrapposte, un testo allegro e ottimista. Nessuna sorpresa, dunque, che il brano abbia immediatamente scalato le classifiche e raggiunto il primo posto a neanche una settimana dalla sua uscita ufficiale. Il video della canzone vede i tre in scenari divertenti, talvolta quotidiani e talvolta più flamboyant, e si sposa perfettamente con il mood comunicato dalla musica. Una hit facile, e senza dubbio indimenticabile, già proposta più volte in live dai tre.

Mesi fa era uscita la notizia che Matthew Vaughn, regista di X-Men: L’Inizio, per cui il gruppo nel 2010 aveva scritto Love Love, avrebbe rivoluto a bordo Barlow e i suoi per il suo nuovo film, Kingsman: The Secret Service. Ed ecco che a fare da canzone di chiusura per il futuro blockbuster con Colin Firth e Mark Strong troveremo Get Ready For It, previsto come secondo singolo tratto dall’album. Esplosiva power ballad, ha ancora Gary alla voce, un ritmo incalzante e, come sempre siamo stati abituati fin dai tempi di Rule The World (scritta per Stardust nel 2007), parole adattabili al tema del film.

Per dare a Cesare quel che è di Cesare, non si può non parlare delle quattro meravigliose canzoni che sono state lasciate nelle sapienti mani di Mark Owen. Lovelife, la quarta traccia del disco, presenta voci distorte e una base elettronica degna delle “vecchie glorie” anni ’90, ma si riprende nello special, riportandoci alle sonorità standard della band negli ultimi anni. Poi troviamo Believe, piena di speranza e pensieri positivi, in linea con il tema universale dell’album, mentre Into The Wild si adatta più allo scenario post-apocalittico che aveva caratterizzato Progress. Do It All For Love è una ballad sincera, romantica, moderna e matura, la perfetta chiusura per un album decisamente “adulto” come questo.

A Howard Donald tocca solamente una traccia, Give You My Love, che al primo ascolto ricorda molto gli ultimi Coldplay: base elettronica, voci ancora una volta distorte e sintetizzatore. Nel ritornello, però, si viene riportati indietro nel tempo, con un prominente falsetto alla Bee Gees e un perfetto sovrapporsi di armonie che la rendono estremamente gradevole all’ascolto.

Come ho già sottolineato, in questo album c’è molta speranza e molto ottimismo. A questo proposito, accanto a These Days troviamo piccole perle come Let In The Sun, la seconda traccia: ha i numeri per diventare uno dei prossimi singoli, e nel ritornello un sound alla Avicii, decisamente adatto alle radio. A seguire, If You Want It e Higher Than Higher, estremamente easy listening e capaci di riportare il buonumore in una giornata piovosa.

Finisco parlando di ciò che tendo a cercare e puntualmente trovare in ogni album dei Take That da tempo immemore: la ballad al pianoforte. È stata I’d Wait For Life in Beautiful World nel 2006, The Circus in The Circus nel 2008, Eight Letters in Progress nel 2010, ed è Flaws in quest’ultimo. Caratterizzata da quel sottotono triste e malinconico che così spesso, fin dai primi singoli, si è trovato nelle canzoni di Gary Barlow, Flaws è ciò che si può definire la perfetta ballad pop: tre minuti e mezzo, voce chiara e un testo che resta in mente e nel cuore.

In conclusione, alla luce di tutto ciò, pare che il detto “pochi ma buoni” sia applicabile anche ai nuovi Take That: a dynamic trio.

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