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Ciclo Oscar 2014: 12 Years a Slave

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Ogni anno, giunti alla Award Season, c’è spesso un solo film sul piedistallo, amato e acclamato dalle giurie, dal pubblico e dai fan: quest’anno tocca a 12 Years a Slave di Steve McQueen, un concentrato di emozioni e talento, ispirato ad una storia vera.

“Il mio nome è Solomon Northup, e sono un uomo libero.” Questa frase probabilmente basta, da sola, a sintetizzare il nucleo centrale del film. Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor), autore delle memorie pubblicate nel 1853, dalle quali è stato tratto il film, è un uomo di colore, nato libero nello stato di New York, che ha una famiglia e molti amici, ed è un violinista incredibilmente talentuoso. Tutto crolla, però, quando egli viene rapito e venduto come schiavo, finendo a lavorare prima per il tormentato e religiosissimo William Ford (Benedict Cumberbatch), e poi per il crudele Edwin Epps (Michael Fassbender).

La performance di Chiwetel Ejiofor è magistrale, dà una forza incredibile alla figura del protagonista e rende lo spettatore partecipe del dolore di un uomo libero, costretto a patire la schiavitù semplicemente perché la sua pelle è del colore “sbagliato”. I personaggi di contorno sono molti ed estremamente importanti. Al primo posto troviamo il collerico e spietato Epps, interpretato da un Fassbender più in forma che mai, nel suo ruolo forse più difficile finora, che gli ha fatto guadagnare una candidatura all’Oscar. Uomo senza freni morali, è irresistibilmente attratto da Patsey (Lupita Nyong’o), la più bella dei suoi schiavi, con cui ha una relazione non consensuale e che porta la ragazza a spingersi al suicidio più volte. Lupita è perfetta nel ruolo ed ha ottenuto, prevedibilmente, un gran successo di critica.
Altro personaggio secondario che ho apprezzato particolarmente è il primo padrone di Solomon, William Ford, non tanto perché il mio cuore appartenga un po’ a Benedict Cumberbatch, il cui accento peraltro non è lontanamente adatto e naturale come quello di Fassbender, quanto perché la sua figura porta alla luce l’ipocrisia della cristianità di quell’epoca: è contrario all’impiego e allo sfruttamento moralmente illecito di uomini e donne, ma comunque non fa nulla per tentare di arginare questo problema della società.

Ogni personaggio è scritto ed interpretato in modo magistrale, e credo che anche in questo stia la forza dei film di McQueen (basti pensare, ad esempio, a Shame). Ejiofor e Fassbender, comunque, troneggiano su tutti, e le scene che dividono sono tra le più intense e meglio recitate a cui io abbia mai assistito. Non mancano mai, come di consueto con McQueen, i lunghi piani sequenza e le scene più “crude”, che contribuiscono a rendere perfettamente evidente la realtà storica. Le musiche, composte da Hans Zimmer, legano realtà e finzione, facendoci immergere completamente nel film e regalandoci ulteriori emozioni.

A oggi il film ha ricevuto, tra gli altri, un rating di 97% su Rotten Tomatoes, un Golden Globe per Miglior Film, diversi premi della Critica internazionale, 8 nomination ai BAFTA e 9 agli Academy Awards.

Capolavoro, assolutamente da non perdere.

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